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Tre madrigali, da Jean Cassou traduzione di Massimo Sannelli
1. Questa non è la vita e non è il vuoto: sono nell'interregno i nati-morti, accese trasparenze e spente, fioche
memorie e scatti, in cui tace la storia. Ridursi è gioia, scomparire è gloria: con loro brucia, ad ali tese, Psiche.
2. A casa di fuoco il cielo di pietra, ma ala d'angelo al cielo di pietra! Nel rapporto infinito, alla sua luce,
tu sei l'ALITO breve d'aria, morbida LINGUA contraria alla gemma dei vènti nemici: tu innalzi i nuovi regni.
3. Stelle, chi fu bersaglio delle grida vostre, da voi cacciato, tollerate- lo nelle balze ardenti del pianeta:
là non appare. Volontà notturne, dolci occhi e cuori, fedi, distraetevi; o morte e morti, non volate sopra
la terra nuda. Qui il cervo non regge, la fronte china nel cervo qui piange, che vi sogna la sera, e vi ritrova.
SESTO SEBASTIAN
[Trittico per scampata peste]
Un’affettuosa noterella di poetica
Prima dell’idea del testo lo stato mentale dello scrivente (poetante?) si presenta come un caotico disordinato ripostiglio di entità psichiche e mnemoniche appena intuibili ad un’analisi più attenta: si tratta del corpo/mente pretestuale, una presenza incorporea ma intuibile che può eventualmente farsi ‘corpo’ (testo) e ‘mente’ (idea) se opportunamente stimolata da un’intersezione del caso, da un fortuito e fortunato accadimento che ne risvegli l’essenza, che ne renda necessaria la presa di posizione, il posizionamento sul palcoscenico-pagina. Posizionamento tanto spontaneo quanto non richiesto (sebbene necessario): lo scrivente non ha piena coscienza, in una fase iniziale, del ‘risveglio’ di questa presenza; la figura in questione prende lentamente corpo fino ad aprire gli occhi e mostrarsi completamente nuda e improvvisa (spesso inopportuna e non progettata, scandalosamente se stessa) allo sguardo dell’autore. Qualora l’autore-scrivente trovasse il coraggio, la modalità, la pazienza, la tenacia di aiutare questa figura davvero non retorica ad esistere e a resistere oltre il buio della pagina bianca, questa sarà libera di presentarsi, a tempo debito, dopo la risoluzione di dubbi e lo scioglimento di annosi interrogativi, debitamente accessoriata e istruita, vestita di tutto punto, agghindata come si deve e educata secondo un galateo il cui teorema ci è nascosto, ad una società-pubblico di lettori, agli occhi stessi (orgogliosi e/o trepidanti) dello scrivente, alle desiderose brame di chi sa accogliere l’Altro e farlo proprio. Solo allora (in una sorta di ballo delle debuttanti cartaceo) il corpo/mente, tempo prima portato casualmente al risveglio, potrà intraprendere il suo percorso sociale, portare eventualmente ristoro agli affamati (di bellezza o verità, ciò ci è ignoto) vestire altri ignudi: avrà vita propria. In un momento successivo, lo scrivente sarà preso dalla sindrome della tana vuota. Come Norman Bates che re-interpreta schizofrenicamente la madre, il Pigmalione abbandonato sentirà la necessità di incontrare nuovamente la sua My-fair-lady che ha preso il volo. Lo scrivente così ne assumerà l’identità, furtivamente e morbosamente si rivestirà del suo personaggio con abiti smessi e lo interpreterà in teatrini di provincia e letture poetiche varie mal celando il desiderio di riaverlo ancora informe sul piedistallo. Un eventuale pubblico giudicherà lo scrivente-Pigmalione abbandonato un istrionico egomaniaco e non riuscirà a vedere oltre il testo scritto la tragica necessità di abbandonare l’oggetto dell’amore per donargli una libera e autonoma esistenza. Così lo scrivente, dopo poco tormento, se ne rassegnerà, consapevole della sua giustezza, penserà spesso alla sua creatura e alla sua vita extra-uterina che ha ormai intrapreso un proprio autonomo percorso, riporrà il cordone ombelicale e la placenta in una teca-libro che sia monito ed esortazione, per lui, a continuare a donar vita propria ad altre bisognose creature mentali che premono per uscire dal limbo pre-amniotico dello stato pre-testuale e, attraverso un pretesto, farsi testo.
Alcuni appunti di lettura
La stesura di questo testo ebbe inizio nell’iverno del 2003: scrissi una sestina piuttosto irregolare come offerta votiva per uno scampato pericolo. La scelta cadde su San Sebastiano: ero ad una mostra d’arte moderna intitolata ‘Il quarto sesso’ e rimasi molto colpito da un’elaborazione pop del martirio. Più tardi, compiendo alcune ricerche su San Sebastiano, venni a conoscenza dell’antica usanza di commissionare dei trittici votivi, dopo una pestilenza, raffiguranti un San Sebastiano trafitto, una Madonna e San Rocco pellegrino. Partendo da questa base iconografica ampliai l’originale sestina in una sorta di ‘monologo a più voci’: la Madonna e San Rocco, nella mia ideale messa in scena, avevano la funzione di introdurre e concludere, commentando, l’azione verbale di Sebastiano. La figura del santo ha acquistato, nel ’900, un substrato ricco di riferimenti omosessuali: dal ‘Martirio’ dannunziano fino al film ‘Sebastiane’ di Derek Jarman, passando per Mishima, Sebastiano diventa l’emblema del giovane omosessuale incastrato in una cioraniana agonia estatica (per ulteriori informazioni, è consultabile online l’intervento San Sebastiano: “santo gay”? di Giovanni Dall’Orto). In un momento successivo rielaborai il monologo isolandone le istanze tematiche in singole poesie e dando alla serie una continuità narrativo-visuale.
Sebbene il testo utilizzi delle didascalie provenienti dalle diciture teatrali come titoli delle singole poesie, non vuol essere, almeno nelle mie intenzioni, un poema per palcoscenico bensì una sorta di ‘partitura’ per voce emozionata.
L’azione ha luogo nei pressi del patibolo preparato per Sebastiano. Durante l’attesa dei suoi carnefici, il protagonista ricostruisce cinicamente la sua storia d’amore con l’imperatore Diocleziano (si tratta di un falso storico funzionale all’intento parodico-grottesco del lavoro), rivolgendosi agli astanti, agli arcieri, a Diocleziano e poi confessando le sue intenzioni di abbandonarsi ad un Dio-Amore per niente cristiano bensì profano e carnalissimo.
Legato ad un palo rassomigliante ad un lampione di un boulevard mal frequentato, Sebastiano, dopo aver ascoltato il verdetto della sua condanna a morte, si lancia in una furibonda arringa:
Questo il verdetto di mio Dio Cleziano
mio dio mio dio a chi sono in mano?
T’amavo t’amavo t’amavo davvero:
per te come sangue correvo bizzarro
ero cavallo dietro alla prosa del tuo carro;
e poi lo sgarro, lo sgarro lo ammetto: fu fallo.
E lo sballo in cui mi porti e mi conforti
l’intervallo del mio corpo con tua pelle, i rapporti
i carnali rapporti che tacesti, da me li avesti,
li avesti, richiesti tutti quanti
e adesso tu canti le tue rime di follia
fra i tanti che aspirano al mio posto:
ma ad ogni costo lo giuro e lo prometto
non m’arresto. Per un tuo gesto. E così sia.
(Credo in un solo addio
che faccia del mio corpo testamento
indizio del tormento dell’amore:
chi più ne dà, ne muore)
Ho agito, nello scrivere, secondo un processo di identificazione, usando un linguaggio e un registro variabile da Pietro Aretino a Platinette. Ho fatto ampio uso di rime interne per sottolineare l’espressività ossessiva e concitata con cui si esprime Sebastiano. Nonostante l’ampio uso del verso libero, ho inserito anche un riferimento alla metrica classica. Nella sonettessa che segue è sempre Sebastiano che parla:
Tu m’entri sì perfetto dentro al petto
con frecce che non son d’amore accese:
quest’estasi di dardi, questo getto
di sangue in agonia, a più riprese,
è chiave ch’entra dentro me-lucchetto
e m’apre indifferente a tue pretese
di farmi unicamente un uomoggetto,
strumento, non-persona, solo arnese
che s’usa, indifferente, per piacere,
quando la voglia gli arti t’attanaglia
e tu sei lava e me mi son cratere:
mentre una luce calda il cor m’abbaglia
apprendo la natura del godere
dal fuoco che mi brucia come paglia:
venga innanzi l’arciere!
Coraggio, avanti, uccidi pure, ammazza
il me ragazzo oppure il me ragazza!
Non mancano, nel poemetto, dei riferimenti psicanalitici (o spiccioli psicologismi da manuale) che vorrebbero avere la pretesa di dare un tono nazional-popolare al linguaggio di Sebastiano. Tali espedienti sono per me necessari per dare al poemetto un tono vagamente pop (ho fatto ricorso a vari stratagemmi retorici). Tuttavia il ‘tema’ centrale del libro non è affatto ironico e vorrebbe riflettere su una complessa dinamica d’abbandono e sulle conseguenze psicologiche relative a questo tipo di trauma.
Di questo bianco dolce è spuma amara, di questa stanca calce
è cassa e bara, è liquida, è colla eppure è chiara
l’origine di tutti questi mali:
è vernaccia di madre alterata nel suffisso,
la donnaccia sprofondata nell’abisso,
il corpo di Giocasta rinvenuto in crocifisso,
il delitto mancato, il prefisso e poi ancora il
pensarsi scisso.
A questo testo è legato un progetto multimediale i cui intenti sono dichiarati in un apposito sito.
Marco Simonelli, SESTO SEBASTIAN, in uscita presso Lietocolle (Como)
___________________________________[da Delle restrizioni]
Dai patrizi a Boccea la morte
era presa per cosa curiosa -
mondata la mela, portato
il veleno alla polpa dalla pelle.
Reso e perso tempo il tempo
del sangue nelle commessure e ore
cobalto, cianotipo singolare
di giara e ringhiera parigina
dissaldata, traslata allo scalone
o gli inserti di bucrani e tavolette,
nel rosso del muro, verso la felce.
Questa era, questa era stata, nella ghisa
della stufa aggrottata all’ingresso
la piccola storia del grande possesso
che i vecchi avevano in due, eredi,
e che i figli spregiando le righe gravi
del pennello, il lungo essiccamento
dell’olio di lino, specie nei verdi,
ora sciolgono per loro direzioni
ferite, riferite, successive - senza poi
nessun giardino, nessuna delle ospiti
partiture specchianti, i frattali
dati da Matilde a piano chiuso.
L’infarto della febbre ha barrato le prime
porte, il morso di un insetto infetto preso
dai cani che amava quanto i cani
generati non era lei che amavano.
La polvere anzi la cenere
ha cominciato a crescere
- è a questa che non danno torto.
*
La casa una più lenta ossidazione
dovuta all’acqua (una
casa dovuta all’acqua).
Le viole corde delle luci
gialle - lontano la cucina -
diffratte una via l’altra vedi
le vedi più - da qui
alle mura assetate male.
La canna fumaria fitta, più
fradicia, per le vespe, i nidi - e ricresciuto
intorno il cerchio bruno, il nerofumo che ricorda
cera grigia delle labbra
del padre doppio che era esposto
alle ultime visite. Continua a piovere.
Soltanto variare vale, pensa
mentre quasi cade.
Poco prima di finire, si addormenta,
anche nel sogno piove
___________________________________[Marco Giovenale]
(Da «Nuovi Argomenti», quinta serie, n.24, ott.-dic- 2003, pp.244-248)
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