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giovedì, 06 gennaio 2005

 

Marco Giovenale, Altre Ombre (La Camera Verde, 2004)

 

    L’asettica precisione dei versi di Marco Giovenale, a tratti esemplare, in Altre Ombre (Roma, 2004), si modifica  in pochi tratti, subito cambia, in cristalli e diottrie che svelano / dissimulano nell’intenzione di impressionare, di lasciar impressione, meglio,  nel lettore, diverse pantomime di ostruite esistenze. Calibri di oggetti e corpi.

Velate sottrazioni. Esperire incessante, alchemico di allusive diversioni semantiche. Fotogrammi irriducibili.

 

    E’un gioco di microclimi fecondi e divertenti per variabili, per assonanze, calembour, ma anche per la ricerca di un rigore clamoroso.  Un silenzio prima di un fragore elettrico di pioggia. Inclinato. Tante realtà minime di frizioni, di vampe aperte in un riverbero di spostamenti, di pellicole espiate  a diverse cadenze. Il fascino nel respiro dilatato delle pause strutturali, incresciose quasi, diviene inquietudine e subito sottile ironia per i destini di esistenze inevitabili.

Come i minimi oggetti elencati in liste accurate, ironicamente funebri. La sintassi erosa, trafitta, crivellata. L’evocazione di un tempo senza tempo, un passato appena prossimo da sembrare rivelatore. Probatorio. L’espiazione in una Roma laterale, retroscena inquieto, ma presentissimo. Un verbale  di luci oblique.

 

     L’arte della sottrazione, appunto, in intenzioni di minime epifanie, di allusive crasi, ma senza  l’aridità dell’epigramma consolatorio, anzi una sapiente, elaborata correzione metallica. Inquadrature.

Una continua  variazione di tracciati che niente ha di lacrimevole (come sottolinea Roberto Roversi nella sapiente introduzione), anzi variazione ponderata, commovente piuttosto, per la raffinata commistione di registri, di citazioni, di distanze continuamente disperse e ritrovate in traiettorie di inevitabili curvature. 

    Ci si sperde e ci si ravvede nei versi di Marco Giovenale, fra tali riverberi nel  percorso, gremito di sereniane evasioni, di sferzate del correlativo novecentesco:  nella scelta  inesorabile dei sostantivi, nella levigatura degli interstizi testuali - cercare una via più breve, un incastro meno delittuoso, dimostrarlo…-, nella quotidiana apologia dell’inconsueto, dell’ accadimento lillipuziano e smisurato.

 Giovenale affina l’arte di un punzone micidiale, con la presunzione di convolare alla fascinazione di un senso del vero (ma non a un documentarismo vero e proprio; ci sono altri tempi altri respiri nel suo esperire, effrazioni nitide, ghigliottine) di routine di percorsi ritrascritti incessantemente, di ennesime biforcazioni testuali e esistenziali.

 

    La contrazione, appunto, diviene violazione e quindi abilmente evocativa nel lirismo sorprendente di Marco Giovenale.

 

 

          Ermanno Guantini


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domenica, 02 gennaio 2005

 

Notilla

Nessuna abolizione della lirica è data integralmente nelle/dalle avanguardie, e nella scrittura di ricerca (termine ancora 'esibibile').
Molto lavoro prezioso è svolto invece nel senso di una non pacificata annessione alla lirica di territori (prevalentemente lessicali) che non erano storicamente frequentati dalla lirica, in un contesto linguistico che di fatto è stato ed è da secoli connotato da un certo uso di Petrarca.
Utile rammentare ripetere sottolineare che la formazione di medievista di Massimo Sannelli e il suo dialogo fittissimo con le avanguardie non solo italiane consentono una mobilità vitale e generatrice di senso, nel riaffrontare e riappropriarsi di |Petrarca| (così come di qualsiasi autore della tradizione).
Può essere non giustificabile e però spiegabile il ritardo della critica nell'osservare questi meccanismi. Nel tempo non sarà più nemmeno spiegabile (se non con l'iterazione della crisi della critica: che non si può negare, del resto).

Marco Giovenale






postato da ex. | 12:31 | commenti