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mercoledì, 09 febbraio 2005

 

Massimo Sannelli

«Volontà di dire». Quattro appunti su un ricordo

 1.

Mario Fancello mi chiede di ricostruire per iscritto un ricordo: l’organizzazione, nella primavera del 1995, insieme a Nicola Ferrari, di una serie di letture di poesia. Il cui titolo dantesco, «Volontà di dire», serviva a portare l’attenzione sui tentativi più che sulle qualità effettivamente realizzate.

Anche la nostra proposta era un tentativo, molto giovanile (avevamo 22 e 21 anni). In origine, doveva essere un incontro con la poesia in generale, quindi capace di coinvolgere con la stessa dignità le esperienze genovesi; anche antitetiche come quelle di Enrica Salvaneschi e Edoardo Sanguineti.

Chiedendo l’appoggio dell’Istituto di Letteratura italiana, ora Dipartimento, il progetto venne cambiato: Marco Berisso e Tonino Tornitore lo trasformarono in un confronto tra vecchi (antichi, secondo Leonetti) e giovani, tra poeti del Gruppo 63 e poeti del Gruppo 93. Divenne così un’opera meno dilettantistica, ma forse acquistò una valenza politica (era già il 1995) ed edipica che Nicola e io non sapevamo gestire, sia per timidezza sia per inconsapevolezza. Valenza edipica, non a caso: autori vecchi e autori giovani, e noi stessi giovanissimi a coordinarli; grande successo (e sistemazione critica e sociale: Giuliani, Pagliarani, Sanguineti padre) contro esperienze in fieri (Baldus, Altri Luoghi, Bufala Cosmica; e poi Gabriele Frasca, Giuliano Mesa, Tommaso Ottonieri, Sanguineti figlio); così il 5 maggio del 1995 l’incontro tra i due Sanguineti fu difficile da capire e da sopportare (ad esempio, Federico che legge qualcosa in cui scoppia «papà, papà…», e ci toglie la parola, per l'emozione). Scrivendone ora, il presente storico si alterna al passato remoto, a seconda del grado di partecipazione dell’oggi al passato. Eppure mi appartengono entrambi: il vivo e il morto.

2.

Più tardi, Nicola mi ha confessato che non ricorda volentieri quelle settimane. Dice che la cosa migliore, e che è rimasta, è «esserci conosciuti», «averti conosciuto». Soprattutto, per noi era difficile sopportare la dose di convivialità e di complicità (l’«ambiente poetico», secondo Mesa) che l’organizzazione imponeva. Per uno di noi quei giorni coincidono con l’inizio di un «rapporto» di cui – come ha scritto anni dopo – «l’interno si nutriva» e per il quale «manca un nome». Sempre per uno di noi c’è stato l’incontro (18 maggio 1995) con Giuliano Mesa, la cui fraternità stilistica (e non solo) ha portato verso la poesia, con più concretezza di altre esperienze. Vale a dire che di un ricordo prolungato per due mesi rimangono alcuni istanti, che distruggono il resto (la barba e i capelli del Giuliano di allora, neanche quarantenne; la sua serietà e il ritmo un po’ metallico della sua lettura; la prima stretta di mano con una persona – un’anima con «il cuore buono»  – che sarà scelta come punto di riferimento).

Tutto il resto non c’è, al punto di non ricordare, ad esempio, quello che disse Sanguineti. Lesse qualcosa che entrò in Corollario, e certamente commentò se stesso; ma è tutto scomparso. Anni dopo, la sua profezia sembra avverata: fare dell’avanguardia un’arte da museo; a partire dallo stesso corpo del poeta esibito in pubblico, più offerto che engagé. Pensando questo, la memoria torna ad una nota di Pasolini in Empirismo eretico (1972): Sanguineti ancora nominabile, come il solo che avrebbe potuto «continuare», scomparendo gli altri.

La presenza di Mesa rappresentò un modo alternativo, sia umanamente sia nel suo stile di articolazione per verba della volontà di dire. Non posso dire nulla sull’umanità di Giuliano, che ha dato tutto quello che poteva dare, e molti gli devono molto (Florinda Fusco, Marco Giovenale, ego scriptor, e in generale tutti quelli che si sono riconosciuti nel progetto di ákusma, che è nato dopo ed esiste ancora). Nel campo dei verba, invece, la sua operazione – che era esterna al Gruppo 93 – tendeva con più evidenza ai contenuti e alla musica, ed era apparentemente privata (quindi impolitica) e sicuramente depsicologizzata («i loro scritti»). L’esperienza della scrittura moltiplicata in altri e nei ritmi era (è ancora) diversa: profondamente orale, senza fare dell’oralità una religione laica; contenutistica ma non narrativa; anarchica rispetto al canone degli stili italiani.

   3.

  Per bilancio. Nel 1995 il gruppo 93 aveva già dimostrato che cosa poteva e che cosa non poteva fare, sia per volontà sia per le qualità dei tempi (cfr. Sanguineti, intervistato da Daniele Piccini in «Poesia», 171 [2003], pp. 7-19: «C’era la speranza che questi autori riuscissero ad elaborare qualche cosa di veramente nuovo, in modo da non replicare le esperienze già fatte e da trovare una configurazione solidale. Ma c’è stato un ripiegamento e anche una mancanza di coesione»). I due giovani, che ‘organizzavano’, dovevano ancora fare tutto. Ora Nicola compone musica; io ho imparato a scrivere attraverso Giuliano, e nello stesso 1995 e due anni dopo grazie (anche grazie) a due innamoramenti diversi, e in qualche modo intrecciati. Cioè situazioni prima esaltanti e poi distruttive, nel cuore di una persona che contemporaneamente si avvicinava alla propria volontà di dire.

   Ora penso al fatto di amare male, che è peggiore dell’odio. Di conseguenza la prosa sta prendendo un posto molto ampio, forse a scàpito della poesia e dei suoi aspetti più cantabili e decorativi.

   4. (2003, 2005)

   L’impressione dopo otto anni ha due aspetti: il primo è che gli antichi fossero fedeli ad un’immagine vulgata anche nel modo di proporsi (la pipa di Pagliarani, il rictus professorale – la definizione è di Asor Rosa – di Sanguineti…), il secondo è che nei giovani ci fosse, a volte, un caos di disperazione e di allegria, entrambe esibite allegoricamente e rese pubbliche, come se la morte si potesse e dovesse esorcizzare con un atto di performance. L'impressione dopo dieci anni si completa con quello che si è fatto, scrivendo (non è sbocciata nessun'altra 'carriera': si è inverato così il paradigma della poetica consegnata dai soli testi, e non aprioristicamente ai testi): negli antichi e nei giovani, il valore dei testi si  affianca ad una teoria, per quanto grezza e inconsapevole (o consapevole e ostentata), della realtà e del corpo, che può essere inteso come frammento della realtà; e - a titolo di ipotesi - la teoria della realtà influenza anche la resa dei testi e degli autori. Tra chi crede che "il mondo è il mondo", chi aspetta un Regno, e chi sogna monachesimo e virtualità per purificarsi - o per purificare, forse, il mondo, credendo alla sua fine - c'è, obiettivamente, un abisso, non solo etico.

 



postato da ex. | 22:53 | commenti (1)