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domenica, 30 ottobre 2005

 

Massimo Sannelli

Utopia per un gioco di ruolo

 

Se la poesia fosse solo una tecnica, sarebbe perfettamente insegnabile: i suoi gesti formerebbero fin dall’inizio l’oggetto di una disciplina – coreografia o retorica o regia – perfettamente codificata e ripetibile a volontà. Se fosse solo umorale e individuale, non ne potrebbe essere insegnato un solo verso: all’esterno della mente e della pelle del suo autore, sarebbe glossolalia o lettera morta.

La didattica, anche la più democratica, propone sempre un sistema di valutazione e giudizio, con il paradosso, inevitabile, di una distanza ravvicinata tra allievo e insegnante, o di una cordialità che giudica. Il/la docente, anche il più disponibile e umile, non è e non può essere uno studente: né per competenze, né per età, né per riconoscimento sociale; mentre, dal punto di vista professionale, al/alla docente si chiede la docenza, per la quale è stato/a assunto/a e viene retribuito/a. Essa è il suo lavoro, oltre che la sua missione.

Una cosa è propria della poesia: il ricorso, diacronico e sincronico, ad una retorica della contraddizione e della complessità (metafora, allegoria, ossimoro, sineciosi), e ad un uso indipendente del tempo e dell’ordo (iperbato, variatio, ýsteron-próteron). È possibile inserire la contraddizione e la complessità (la poesia) nel corpo stesso dell’insegnamento della poesia (che è contraddizione anche perché suono concettuale e concetto sonorizzato)? Questa è una prima ipotesi di lavoro, contraddittorio e complesso: in una prima fase lo scrittore affiderebbe agli studenti alcuni testi, scritti da lui, invitando gli studenti a commentarli, oralmente o per iscritto, in una seconda fase. Non solo: li inviterebbe – non per una posa, ma per una sua necessità intima – ad insegnare allo scrittore a leggerli, nel corso di una vera e propria lezione dedicata a lui.

Se è propria della nostra civiltà l’apertura all’altro – in primo luogo il migrante, non italofono – e in alcuni autori contemporanei è fortissima l’esigenza di «far parte d’altro» (Elisa Biagini) o reinventare-delimitare l’«io lirico» in un «informale freddo» (Marco Giovenale), in questo caso l’autore si espone alla più totale gratuità e spontaneità dei giudizi, esterni e «imberbi», come li definisce Mario Fancello. Gli allievi diventano maestri e il possibile maestro diventa allievo: solo in un’ultimissima fase del percorso lo scrittore potrebbe riprendere un ruolo coordinante, per commentare l’esito del lavoro, positivo o negativo. Ogni incontro assumerà quindi il valore di una performance artistica, in cui il ruolo autoriale sarà quasi azzerato, e il primo posto sarà dei testi e dei rapporti che possono suggerire. Quindi sarà bene registrare o filmare i singoli incontri, per pubblicarne la sbobinatura, come documento metapoetico e pedagogico.

La luce è lo sfondo concettuale e metaforico dell’intero progetto. Essa si identifica con l’insegnamento e il commento di ciò che non si sa ancora (nel Purgatorio, Matelda spiega che luce rende il salmo Delectasti, illuminando e chiarendo un problema di Dante). Si indica così un’aggiunta esterna, che modifica la percezione dei testi di cui lo scrittore è responsabile, e che lo mostra a se stesso: il simile a sé più uno, più uno, ecc. Questa luce gli mostra, in primo luogo, come vince o perde, e come vince e perde nello stesso tempo, essendo molto amato e molto criticato, completamente dentro e completamente fuori.

§§§

(questo testo è la traccia, rielaborata, di un progetto presentato alla Provincia di Genova per l’anno scolastico 2006-2007 , nell’àmbito delle iniziative La scuola adotta un artista, un artista adotta la scuola; nel 2003, da un progetto simile, è nato il libro collettivo L’esperienza. Poesia e didattica della poesia, La Finestra, Trento).



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domenica, 16 ottobre 2005

 
gherardo bortolotti

senza badare alle fughe prospettiche delle implicazione di ciò che dico, tirate come corridoi laterali in cui, per la fretta, non posso nemmeno guardare, come se ogni mia parola, come la mia vita, avesse solo il peso dell'aria che smuovo nel produrla, confido a chi mi sta di fronte che mi piace questo o quello, al di qua del tavolino del bar, lungo la cui circonferenza, come giochi di parole intraducibili, dalla lingua dell'autore di questo frangente al codice della mia percezione, si spostano continuamente i significati della mia dichiarazione, allungandola in continue relative che, nella struttura semantica di ciò che credevo di dire, a dispetto della supposta comunicazione a cui partecipo, proiettano le classi di intersezione tra lo spazio dei miei pensieri e le aree anteriori di un discorso che mi contiene, come un termine di paragone.


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domenica, 02 ottobre 2005

 

RITRATTO DI GENERE

 

 

I.

 

Lei, “Soluzioni concrete”, successivamente, senza bisogno di precisarlo, si comporta di conse-guenza. Ha molte cose da fare, prima di tutto chiarire, discutere dei fatti.

 

II.

 

Quello che si dicono a proposito, nasceranno nuovi interessi, amicizie. È il meno che si possa dire. Cose così. Attività, faccende.

 

III.

 

Visto che è meno suscettibile: sceglie argomenti dai contorni definiti, carichi di contenuti perso-nali. Ha determinate qualità e le sfrutta, sa prendere decisioni – una prima uscita – ricorre a nuovi obiettivi. Subito avere rapporti.

 

IV.

 

Bussano, entra V., pochi giorni e incontra R, conosce N. N. si gira e va su per le scale, lo se-gue. Buio. Luci. Mattino. Pomeriggio. Sera. Buio. Luci. Mattino.

 

V.

 

Vede i suoi modi pratici, non ha problemi, decide di sposarlo, ottiene ciò che vuole.

 

Alessandro Broggi



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