domenica, 16 ottobre 2005
gherardo bortolotti
senza badare alle fughe prospettiche delle implicazione di ciò che dico, tirate come corridoi laterali in cui, per la fretta, non posso nemmeno guardare, come se ogni mia parola, come la mia vita, avesse solo il peso dell'aria che smuovo nel produrla, confido a chi mi sta di fronte che mi piace questo o quello, al di qua del tavolino del bar, lungo la cui circonferenza, come giochi di parole intraducibili, dalla lingua dell'autore di questo frangente al codice della mia percezione, si spostano continuamente i significati della mia dichiarazione, allungandola in continue relative che, nella struttura semantica di ciò che credevo di dire, a dispetto della supposta comunicazione a cui partecipo, proiettano le classi di intersezione tra lo spazio dei miei pensieri e le aree anteriori di un discorso che mi contiene, come un termine di paragone.
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